La vulvodinia è una sindrome dolorosa cronica vulvare di cui, si stima, soffra il 10-15% delle donne.

La patologia venne “scoperta” a fine 1800 in osservazione delle mucose delle donne affette da dolore cronico urente ma bisogna aspettare il 1983 perché la Società Internazionale per lo Studio delle Malattie Vulvovaginali (ISSVD) dia una definizione medica della patologia che inquadra come “fastidio vulvare cronico caratterizzato da bruciore, irritazione o dolore”.

parliamo di vulvodinia

Nel 2004 (se ci pensate bene molto tempo fa) viene adottata l’ultima definizione che caratterizza la storia delle donne affette da vulvodinia:

“una sindrome dolorosa complessa, inerente la zona vulvare, non sostenuta da alterazioni clinicamente visibili e caratterizzata da sensazione di bruciore e dolore cronici […] il disagio vulvare è spesso descritto come dolore urente in assenza di rilevanti cause visibili o di uno specifico disturbo neurologico identificabile a livello clinico”

Ancora oggi l’iter diagnostico è spesso difficile e le donne con questa patologia impiegano anni prima di avere una diagnosi corretta. Vuoi per stigma sociale (riferire la propria qualità di vita compromessa dal dolore cronico vulvare non è semplice), vuoi per mancato riconoscimento del dolore cronico come patologia invalidante (questo ahimè succede in molte patologie che riguardano la manifestazione dolorosa senza segni e sintomi clinici evidenti), vuoi per impossibilità a rivolgersi a figure sanitarie che trattano la specifica patologia. Mediamente una donna affetta da vulvodinia impiega quattro anni per ricevere la diagnosi e spesso il primo sospetto della malattia arriva attraverso l’autodiagnosi, dottor Google questa volta ci viene in aiuto: la ricerca delle donne dei sintomi sul web e il tam-tam mediatico hanno portato la luce in fondo al tunnel per molte persone che hanno così deciso di indirizzarsi a centri diagnostici e di cura allineati con le loro esigenze e obiettivi di salute.

I sintomi

I fondamenti diagnostici della vulvodinia sono ormai chiari: la presenza di dolore vulvare da almeno 3 mesi, l’assenza di alterazioni cliniche della vulva e della vagina riconducibili a patologie ginecologiche, la positività allo swab test.

La questione si complica invece se andiamo oltre la diagnosi, perché ogni volta che c’è una diagnosi bisogna poi elaborare un quadro terapeutico efficace e con una buona compliance della donna per risolvere o minimizzare il sintomo della malattia.

Le strategie terapeutiche chiave nella vulvodinia sono multidisciplinari, è proprio vero che l’unione fa la forza in questo caso, e riguardano: l’eliminazione dei fattori di rischio, strategie che correggano lo stile di vita, integratori e farmaci specifici (no al fai da te, sempre), rieducazione pelvi perineale, un sostegno psicologico per poter affrontare la patologia e la cronicizzazione più o meno lunga del dolore attraverso risorse endogene, l’agopuntura.

La vulvodinia è una patologia estremamente invalidante che richiede cura e attenzioni specifiche di un gruppo di professionisti, ma la vulvodinia richiede anche il riconoscimento come sindrome, ovvero insieme di manifestazioni cliniche, non solo dai professionisti ma anche da chi vive e si relaziona con la donna mentre spesso alla prima visita le donne riferiscono che nell’iter diagnostico e nelle relazioni interpersonali sono state accusate di disagio psichico e somatizzazione eccessiva.


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Veronica Pozza,
ostetrica specializzata in riabilitazione pelvica

Vulvodinia: come affrontarla