I ricercatori lo dicono da tempo, ma il loro richiamo resta spesso inascoltato: gli antibiotici vengono prescritti più spesso di quanto sia necessario, soprattutto in Italia e soprattutto ai bambini. E invece gli antibiotici dovrebbero essere somministrati solo se viene accertata la natura batterica di un’infezione importante. I rischi di un abuso? Effetti indesiderati a breve e lungo termine ma anche, nel tempo, sviluppo di resistenze batteriche.

 

 

 

Abbiamo fatto alcune domande alla Dottoressa Valentina Tono, pediatra e omeopata.

 

Cosa sono gli antibiotici?

Il termine antibiotico nell’uso comune attuale indica un farmaco, di origine naturale (antibiotico in senso stretto) o di sintesi (chemioterapico), in grado di rallentare o fermare la proliferazione dei batteri. Gli antibiotici si distinguono pertanto in batteriostatici (cioè bloccano la riproduzione del batterio, impedendone la scissione) e battericidi (cioè uccidono direttamente il microrganismo). Non hanno effetto contro i virus.

 

Gli antibiotici sono utili?

Come tutti i farmaci gli antibiotici sono strumenti terapeutici potenti e utilissimi in alcune situazioni ma potenzialmente pericolosi perciò va sempre valutato il profilo di costo-beneficio. Se usati quando necessario possono aiutarci a combattere le infezioni maggiori, ma se ne abusiamo e li usiamo senza reale necessità il profilo di costi e di rischi è assolutamente sbilanciato, mentre se usati quando strettamente necessario sono farmaci estremamente utili ed importanti di cui disporre.

Recenti studi hanno dimostrato che circa un quarto dei farmaci utilizzati in età pediatrica sono antibiotici. Di questi un terzo è prescritto senza reale necessità o senza prescrizione medica.

 

Ma l’antibiotico serve sempre? Non è inevitabile dopo tre giorni di febbre?

Il nostro sistema immunitario, entro certi limiti, è in grado di difenderci dalle infezioni, senza bisogno di farmaci. Se si assumono antibiotici con troppa frequenza, questa capacità di difesa si riduce per mancanza di allenamento. Se poi, in generale, in una certa area geografica, si ricorre a terapie antibiotiche con elevata frequenza, è più probabile che in quell’area aumenti il numero di specie batteriche resistenti.

 

I genitori a volte sono particolarmente ansiosi di vedere il loro bambino guarire velocemente, è comprensibile, ma questo li porta a insistere con il pediatra per avere una terapia risolutiva prima possibile. Tale approccio può creare dei problemi, perché non è detto che una diagnosi corretta sia possibile nell’immediato e perché limita le capacità di autoguarigione dell’organismo. A volte i segni obiettivi compaiono dopo uno o due giorni o anche più tardi. Una terapia troppo precoce può essere una terapia sbagliata. Le febbri anche di origine virale possono durare anche molto più dei classici 3 giorni e in assenza di sintomi importanti o criteri di gravità usare il tempo come unico metodo di scelta è sbagliato.

Purtroppo l’impiego degli antibiotici non è sempre razionale. Ad esempio quando si utilizzano per diminuire la febbre nell’influenza o di altre infezioni virali o in un’infezione autolimitante.

 

Come facciamo allora a sapere se l’antibiotico è davvero necessario?

L’antibiotico è un farmaco che deve essere assunto unicamente dietro prescrizione medica: non si può decidere di dare al bambino l’antibiotico solo perché lo si ha già in casa, così come non si può chiedere al pediatra di prescriverlo al telefono senza aver visitato il bambino, perché altre volte è servito.

Spesso prevale tra i genitori il pensiero che gli antibiotici risolvano tutto e che sia necessario prenderli anche per curare patologie banali; e spesso i medici ‘cedono’ alle richieste dei genitori di ricevere un farmaco, che però serve più per calmare le loro ansie che per una reale necessità.

L’antibiotico è un farmaco efficace, ma perché la sua efficacia sia preservata è necessario somministrarlo solo se non se ne può fare a meno e non come ‘prima scelta’.

 

È vero che, attraverso la sola visita e la descrizione dei sintomi, il medico non ha modo di stabilire con certezza se il bambino abbia un’infezione batterica o virale. Per altro ci sono poche infezioni batteriche che vanno necessariamente trattate con l’antibiotico e non possono a guarire da sole.

 

Consideriamo che un bambino piccolo in base all’età su 10 episodi infettivi incontra circa 7 volte un virus e circa 3 volte un battere, quindi sappiamo che oltre la metà degli episodi non avranno alcun beneficio se trattati con l’antibiotico. Nei restanti 3 incontri con batteri il sistema immunitario del bambino, eventualmente coadiuvato da terapie di supporto, in altri 1-2 casi potrà avere la meglio senza necessitare dell’antibiotico. Da numerosi studi è emerso che, anche in caso di infezione batterica, se non si somministra l’antibiotico l’infezione guarirebbe comunque da sé, mentre il farmaco è in grado di accelerare solo di un giorno – un giorno e mezzo la guarigione, quindi la sua utilità è ridotta.

 

Ci può fare un esempio di quando è giusto usare l’antibiotico?

Facciamo proprio il classico esempio delle faringotonsilliti con placche e gola “brutta”: possono avere numerose cause e il quadro clinico può essere sovrapponibile; l’unica infezione faringea da trattare con antibiotico è quella da streptococco beta-emolitico di gruppo A (o pyogenes). Questo è un batterio molto particolare e “antipatico”, che può fare parte della normale flora batterica presente nella gola e non dare alcun problema oppure in alcuni casi, per fortuna rari, può portare a complicazioni acute o tardive in caso di risposta immunitaria insufficiente e se il soggetto presenta una predisposizione immuno-genetica in tal senso. Se è presente e causa sintomi rilevanti (non come commensale quindi, in quel caso non va trattato e non andrebbe neppure cercato) e viene trattato entro una settimana (la ricerca ci dice 9 giorni dall’esordio), quindi senza fretta, possiamo ridurre la possibilità di complicazioni, che restano in ogni caso piuttosto rare. La necessità di curare non è data dal fatto che non guariremmo ma dalla possibilità di scongiurare o ridurre la possibilità di complicazioni. Le altre infezioni della gola o sono virali o anche se batteriche guariscono da sole senza esiti e dando l’antibiotico non otteniamo un miglioramento significativo dei tempi di guarigione né della salute in generale. Per sapere se si tratta di un’infezione streptococcica il pediatra ha a disposizione un test ambulatoriale o può prescrivere un test colturale, che va fatto solo in presenza di sintomi altamente suggestivi per discriminare la causa dell’infezione.

 

Come bisognerebbe regolarsi, dunque, in questa come in altre infezioni?

L’ideale è avere un atteggiamento attendista: se i disturbi del bambino non sono particolarmente seri e il quadro non è preoccupante (assenza di alterazioni dello stato generale, sintomi di allarme ed età non a rischio) si preferisce aspettare almeno 3 giorni per vedere come evolve la situazione e, solo se i sintomi non regrediscono anzi si accentuano ed è evidente un focolaio di infezione, si valuta la possibilità di intervenire. In Italia questo atteggiamento di ‘vigile attesa’ è adottato quasi esclusivamente in caso di otite, mentre nei paesi del nord Europa è più comune in tutte le infezioni con buoni risultati.

Nella fase di attesa possiamo aiutare la guarigione con supporti terapeutici non farmacologici o con farmaci non antibiotici, in accordo con il pediatra di riferimento, per ridurre la necessità di interventi terapeutici maggiori.

 

Quali sono i casi in cui non possiamo fare a meno dell’antibiotico?

Ci sono pochi casi in cui l’antibiotico non può essere negato: infezioni sistemiche (sepsi) o che coinvolgono il sistema nervoso, infezioni urinarie, otiti con perforazione e faringotonsillite streptococcica, mentre gli antibiotici non sono necessari nelle gastroenteriti e nella maggior parte delle infezioni respiratorie delle vie aeree superiori (raffreddore, influenza, maggior parte delle otiti e delle faringotonsilliti). In questi casi la somministrazione di antibiotici non cura l’infezione e non aiuta nemmeno a prevenire una successiva infezione batterica. Queste infezioni sono dovute in più dell’80% dei casi a virus e anche quelle di origine batterica in molti casi non necessitano di terapia antibiotica.

Quali sono i problemi legati ad un uso improprio dell’antibiotico?

L’antibiotico è un farmaco potente ma non selettivo, quindi uccide tutti i batteri con cui viene in contatto, i patogeni ma anche i batteri buoni che vivono in equilibrio con il nostro sistema. Il microbiota l’insieme delle migliaia di specie microscopiche che ospitiamo nel nostro organismo, svolge ruoli fondamentali per la salute, funzionando da barriera contro i patogeni, regolando l’assorbimento dei nutrienti, la produzione di vitamine ed energia e le difese immunitarie. L’uso continuo di antibiotici, specie se non necessario e specie quando si tratta di farmaci “ad ampio spettro” – quelli meno specifici, che non si limitano a eliminare selettivamente uno o più ceppi di batteri – può danneggiare gravemente il microbioma per tempi lunghi.

 

Inoltre non bisogna dimenticare che l’impiego degli antibiotici non è privo di pericoli. Sono frequenti le reazioni avverse agli antibiotici: tra il 2001 e il 2008 sono stati riportati dall’AIFA ben 6411 effetti tossici, circa il 10% di tutti gli effetti tossici frutto di rapporti spontanei. Sempre secondo le informazioni dell’AIFA vi sono ben 1342 casi di orticaria e 192 casi di shock anafilattico. Certamente si tratta di una sottovalutazione perché evidentemente non tutti i casi vengono riportati.
Ci sono altri problemi che possiamo riscontrare con un utilizzo improprio dell’antibiotico?

Il fenomeno della resistenza antimicrobica si può descrivere come l’abilità di un microrganismo (batterio, virus o parassita) di azzerare l’efficacia di un agente antimicrobico (antibiotico, antivirale o antimalarico).

I batteri sono microorganismi vivi e adattabili con una forte spinta alla sopravvivenza e hanno la capacità di sviluppare difese contro gli attacchi degli antibiotici: in qualche caso il batterio elabora enzimi che distruggono l’antibiotico impedendogli di essere attivo; in altri casi rende la propria membrana impermeabile all’antibiotico; in altri casi ancora modifica il bersaglio su cui agiva l’antibiotico, e così via.

È più facile che si sviluppi resistenza batterica se l’utilizzo dell’antibiotico è improprio come necessita, dosi o tempistica.

 

Inoltre gli antibiotici sono stati massivamente utilizzati per evitare le infezioni negli allevamenti degli animali edibili. Così l’ambiente è stato inondato da antibiotici, con il risultato che queste sostanze si ritrovano ormai ovunque: nel terreno, nei corsi d’acqua e anche nei prodotti alimentari che arrivano all’uomo.  L’abuso di antibiotici si registra soprattutto negli allevamenti intensivi, dove il consumo di questi prodotti è almeno il triplo rispetto a quello relativo agli esseri umani per aumentare la produttività.

Ma gli antibiotici non sono solo quelli prescritti dal medico. Se ne trovano anche, talvolta, in alcuni prodotti per l’igiene personale e per la pulizia della casa. Gli effetti collaterali dell’utilizzo di questi prodotti, spesso entusiasticamente pubblicizzati per la loro capacità di uccidere “il 99% dei batteri”, sono esattamente gli stessi di quelli dell’utilizzo degli antibiotici che troviamo in farmacia, ossia l’accelerazione dell’antibiotico-resistenza. Fenomeno che, a lungo andare e su scale temporali medio-lunghe, come abbiamo visto, porta alla proliferazione di ceppi contro i quali gli antibiotici sono del tutto inefficaci. Inoltre è importante ricordare che i batteri “comuni” sono parte di noi e del nostro ambiente da sempre e aiutano la modulazione del nostro sistema immunitario e del nostro adattamento all’ambiente.

 

Quanto è grave questo fenomeno?

Le Nazioni Unite hanno riconosciuto che l’antibiotico-resistenza sta fortemente minando l’efficacia di alcuni pilastri della medicina moderna, tra cui la stessa penicillina, dichiarandosi pronte a firmare una dichiarazione con nuove linee guida sull’uso e la vendita di questi farmaci.

Per dare un’idea di quanto sia importante e delicato il tema dell’antibiotico-resistenza, si pensi che le Nazioni Unite, nel settembre 2016, hanno indetto una riunione plenaria sul tema, da cui è emerso che la resistenza agli antibiotici è ormai un problema sanitario mondiale, alla stregua per esempio di Aids, malattie cardiovascolari ed ebola.

Ogni giorno in Italia 1,5 milioni di persone assume antibiotici, spesso in modo inappropriato. C’è una grande differenza nei consumi fra le diverse Regioni: Lazio e Umbria sono in testa insieme ad alcune Regioni del Sud. I consumi di antibiotici sono per il 60% per il trattamento di infezioni respiratorie, il 9% per infezioni urinarie e il 6% per infezioni dell’orecchio.

L’Italia è uno dei Paesi europei a più alto consumo di antibiotici ed è anche in testa alle classifiche per la presenza di germi resistenti.

Antibiotici sì o no? Perché usarli solo quando è necessario
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